80 anni dopo, Belluno ricorda i suoi Martiri

80 anni dopo, Belluno ricorda i suoi Martiri

Una cerimonia tra memoria e difficoltà organizzative nel cuore della città.

Nel giorno della Giornata Nazionale dell’Identità Nazionale, il 17 marzo 2025, Belluno ha ricordato con una solenne cerimonia Salvatore Cacciatore, Giuseppe De Zordo, Valentino Andreani e Gianni Piazza, i quattro martiri impiccati il 17 marzo 1945 ai lampioni di Piazza dei Martiri, allora Piazza Campedel. Un luogo simbolico, testimone della lotta e del sacrificio per la libertà del nostro Paese.

La nostra città ha sofferto profondamente durante l’occupazione nazista, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e sacrifici. Belluno fu teatro di rastrellamenti, deportazioni e fucilazioni che hanno segnato per sempre la sua storia. La Resistenza ha trovato qui un terreno fertile, con uomini e donne che, mettendo a rischio la propria vita, hanno lottato per la libertà. Per il coraggio e il valore dimostrato dalla popolazione nel fronteggiare le atrocità del regime nazifascista, Belluno è stata insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare, un riconoscimento che testimonia il contributo eroico dato dalla città alla lotta per la liberazione dell’Italia.

Alla manifestazione hanno preso parte i membri dell’Amministrazione Comunale di Belluno e delle Associazioni combattentistiche e partigiane, che hanno reso omaggio ai caduti con la tradizionale posa della corona di fiori al monumento dedicato alla memoria. Tra i presenti anche il nostro Gruppo Alpini di Salce, che ha partecipato con il proprio gagliardetto, insieme al Gruppo Alpini di Cavarzano, unica altra rappresentanza dei gruppi alpini del Comune di Belluno, assieme al vessillo della Sezione ANA di Belluno.

La scarsissima partecipazione degli altri gagliardetti alpini bellunesi non può che lasciare interdetto l’attento lettore, evidenziando una ridotta sensibilità nei confronti della memoria storica della città.

Un’altra nota dolente che ha destato non poca amarezza tra i presenti, è stata, ancora una volta, l’organizzazione del Comune di Belluno. Così come già accaduto nella mattinata al Bosco delle Castagne, anche in questa occasione il sistema di amplificazione si è rivelato del tutto inadeguato, impedendo ai presenti di ascoltare le allocuzioni delle autorità e gli inni solenni. Fra i presenti si è alzato chiaro un grido “E anche oggi niente Inno di Mameli!”, che era mancato anche al Bosco delle Castagne.

Ma anche vedere la deposizione della corona di ricordo ai Caduti senza la “Canzone del Piave” non è passata inosservata.

Dopo il discorso del sindaco di Belluno, Oscar De Pellegrin, hanno preso la parola Achille Schirru, per la Consulta Giovanile, e l’oratore ufficiale Adriana Lotto, presidente dell’Associazione Culturale “Tina Merlin” e membro direttivo dell’ISBREC, Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell’Età Contemporanea.

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La cerimonia si è conclusa con uno sparuto gruppo dell’A.N.P.I. locale che ha intonato “Bella Ciao”, che ha chiuso la manifestazione declamando il celebre motto di Piero Calamandrei: “Ora e sempre Resistenza!”. Un’espressione che, nel contesto attuale, potrebbe apparire distante, mentre sarebbe forse più opportuno richiamare il principio che guidò realmente la Resistenza: «Non tradire più l’uomo».

Un evento quello di oggi che, nonostante le difficoltà organizzative e la ridotta partecipazione di alcune realtà locali, ha mantenuto viva la memoria di un sacrificio che non deve essere dimenticato.

Una riflessione finale nasce spontanea: per evitare il ripetersi di simili problemi organizzativi, sarebbe opportuno che un “mossiere”, concordato tra l’Amministrazione Comunale e il Comando delle Truppe Alpine, garantisse il corretto svolgimento della cerimonia, assicurando che ogni momento dell’evento segua il proprio iter senza intoppi. Manifestazioni di tale importanza meritano un’organizzazione all’altezza del loro significato storico e morale.

Anche questo è rispetto per la memoria. Ma è altrettanto preoccupante che questa mancanza di rispetto e di visibilità, che viene persa per colpa di queste sbadataggini, rischi di non far acquisire alle future generazioni il senso del ricordo. Il pericolo più grande non è solo dimenticare, ma non saper insegnare ai giovani il valore di ciò che è stato.

Michele Sacchet

 

(Foto Ennio Pavei)

 

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